La nobiltà delle favole della nonna

Perché le favole di mia nonna erano tutte su principesse e principi, re e regine, e giovani uomini e giovani donne bellissimi e poverissimi che grazie alla bellezza, alla grazia, alla bontà e, spesso, alla furbizia, riuscivano a salire nella scala sociale fino a raggiungere uno status nobiliare? Non ho mai avuto, da mia nonna, una fiaba che fosse meno che aristocratica. Anche se quasi tutte iniziavano nei modi più tristi e turpi, un po’ genere Piccola Fiammiferaia. “C’era una volta una povera bambina che aveva perso tutti e due i genitori e che viveva con una zia che la tiranneggiava. Le faceva mangiare croste di pan secco appena ammollate nell’acqua, e per condimento la fame”. Oppure, anche: “Era così povera, piccola bambina, che a malapena la pelle le copriva le ossa, e quanto tirava vento forte la zia le passava una corda alla caviglia e la assicurava a un anello di ferro nel muro, per essere sicura che gli spifferi che entravano dalle finestre non la facessero volare su per il camino”. Oggi, che sono più scaltra, mi chiedo come facesse ad essere pelle ed ossa visto che mangiava solo pane (anche se secco): io ora lo mangerei anche da solo, il pane, ma appena lo guardo ingrasso.

In casa mia tutti erano molto molto attenti al cibo. Mia mamma a volte ci augurava la guerra, dicendo: “Se venisse la guerra, come te la mangeresti la minestra! Di corsa, la mangeresti, e sono sicura anche a gambe all’aria”. Tutto questo per invitarci con gentilezza a finire il nostro pasto. Se per caso io o i miei fratelli non avevamo voglia di mangiare quello che c’era in tavola, un accenno alla guerra – e a come avrebbe cambiato per sempre la nostra percezione del cibo – non mancava mai. Di solito riuscivamo a cambiare discorso abbastanza velocemente, chiedendo spiegazioni e fingendoci interessati alla vita durante quel periodo (così nero e infame che quando andavo alle medie e si parlava di Medioevo… ecco, io lo immaginavo così) finché l’argomento non cadeva.

Ma la nonna no. La nonna, la guerra non la nominava mai. Per lei era bandita anche dalle favole.   E se le chiedevamo qualcosa, faceva un gesto come per cancellare la lavagna, girava la testa dall’altra parte e si zittiva. Noi non eravamo contenti, perché la nonna raccontava le fiabe più belle. Di solito, dopo gli altrui discorsi di guerra, le sue favole erano ancora più aristocratiche e ancora più piene di principi e principesse e re e regine.