Didattica dell’arte

E’ da poco tempo che sono tornata a scuola. Sì, a 50 anni suonati, sono lieta di informare il mondo e i parenti tutti che io sottoscritta, Simona Palermo, sono iscritta alla prima superiore. Sento già i pfui e i mmmmhhhh di disapprovazione: ma cos’ha quella che non può stare ferma, ma perché non controlla il figlio, invece, e quel marito che se ne va sempre in giro…

In realtà, la mia è stata una scelta ponderata e quasi inevitabile. Avendo fatto questo blog di mia iniziativa, che parla di arte e di didattica o di didattica dell’arte, o di arte didattica (as you like it!), l’unica cosa che potessi fare era andare e sperimentare di persona. Quindi mi sono iscritta alla prima classe serale del Liceo Artistico.

Premetto: amo l’arte, e vorrei che venisse insegnata  meglio e in modo più approfondito. Questo è il motivo principale del blog. Ma non sono un’artista e non lo sono mai stata, anche se da bambina disegnavo bene e cantavo. Ho un animo d’artista, questo sì. E, potendo scegliere tra lo starmene ad ammirare un tramonto (come in questi giorni più freddi, pieni di colori accesi e di nuvole grigie e rosa) e mettermi a pulire il bagno, non ho dubbi su quello che farei. Ma chi, sano di mente, avrebbe dubbi?

E una post-premessa: per me è arte tutto quello che ispira, che fa pensare, che fa ridere e che fa piangere. Quindi per me è arte un quadro, ma come può non essere arte una minestra di piselli e spinaci fatta a dovere? E’ arte una scultura, ma è arte anche il tramonto che vedo dalla finestra mentre scrivo, e che mi bagna di rosso il computer. E’ arte una storia ben raccontata, è arte una melodia cantata a bocca chiusa da un bambino che gioca. Ed è arte, ancora e soprattutto, il bambino che gioca.

Per questo sono tornata a scuola. Per vedere come si insegna l’arte, e se sarò in grado – una volta appresa e rinforzata la mia quota personale di “artisticità” – di trasmetterla agli altri e ai bambini in primis, giocando io stessa (perché io gioco, a scuola!) e facendo giocare gli altri.  Presunzione? Non credo. Mettersi in gioco a 50 anni (anche qui c’è il gioco, vedete!) non può che fare bene: toglie le ragnatele dal cervello e dalle mani, e da quell’istinto sociale che c’è in tutti noi, anche se sopito e lontano. Mi piace dire: “I miei compagni di classe”, e non per un semplice tornare indietro nel tempo. Mi piace la parola “compagno”, perché mi fa pensare a cose belle e a cose brutte – ma comunque condivise, come il pane.